SGR musiche
è lieta di presentare
NINNANANNE TRISTI PER BAMBINI CATTIVI
Il nuovo lavoro di Samuele Venturin e Valentino Receputi disponibile da marzo 2012
Nove canzoni spietate. Nove ninnananne amare

Ci vuole del tempo per mantenere una promessa, ma alla fine questo disco esce. Noi lo aspettavamo da tanto, voi speriamo lo ascoltiate.
Inutile parlare a vuoto: ecco quindi come descrivono questo lavoro gli stessi autori. Prendeteli sul serio quanto meritano.
NINNANANNE TRISTI PER BAMBINI CATTIVI
Samuele Venturin & Valentino Receputi
Mi chiedo spesso cosa sia una ninnananna triste per bambini cattivi.
Avevo voglia di affrontare la canzone, ed ecco perchè le ninnananne tristi per bambini cattivi sono canzoni.
Valentino Receputi che le canta nel disco, ed io, ci siamo presi il tempo necessario per comporre, radunare le idee, ripulire e limare il materiale prodotto, e così, dal giorno in cui venne partorita l’idea, al giorno in cui è stato stampato il disco, sono passati quasi 10 anni. L’opera si presenta arricchita di una copertina-grafica firmata da Paquito Forester, e il risultato è un disco notturno, all’interno dei brani c’è l’anima di un collettivo pensante che possiamo riconoscere in buona misura con la SGRmusiche e i loro sostenitori più agguerriti. I bambini cattivi del titolo non sono certo i bambini che ci circondano nel quotidiano, ma quelli che siamo noi, nel quotidiano. Non sarà possibile sentire queste canzoni all’asilo dei nostri figli, ma sarebbe molto bello. I temi trattati sono nove. Uno peggio dell’altro.
In ordine:
- l’incubo del fallimento totale della propria esistenza
- la morte, la solitudine,il rancore che derivano dalla guerra
- la sofferenza inutile, incomprensibile e autolesionista per la fine di un amore
- l’iniqua cattiveria degli umani sugli umani e quella ironica della natura sulla natura
- la morte della propria madre
- il suicidio del proprio padre
- la liberazione attraverso la morte, tra kamikaze e suicidio per amore
- il senso di desolazione, di povertà d’animo, la tristezza profonda di un quadretto familiare che si riscatta nel gesto di un bacio violento.. o di uno stupro
- il cannibalismo incompreso di un pazzo incapace di intendere e volere, che si è mangiato la moglie senza rendersene conto.
Si può ridere per sopportare, si può non piangere per non aver sopportato. Un girare il coltello nelle debolezze altrui, o nelle proprie, certo queste sono canzoni che non parlano ma che abbracciano. gli arrangiamenti sono ampi e prolungati la forma canzone è stiracchiata un po’ di qua’ e un po’ di là a seconda dei tiramenti del momento, a volte senza un motivo evidente.
Scrivere due righe per ogni pezzo è l’unico modo che mi viene per descrivere questo lavoro:
L’apertura del disco è lasciata ad un intro che disegna una paura, l’incubo adulto di un adulto. In sottovoce delle parole assolutamente incomprensibili ad un bambino ma in qua e in là si sentono frasi compiute che fanno di questa
ouverture di una canzone vera e propria, ad un certo punto una frase : vivere con semplicità e pensare con grandezza (…) in principio un ideale che a quell’età tu non eri in grado di apprezzare.
Per cui: Ninna nanne tristi per bambini cattivi.
Il brano sui soldati è animato dall’impotenza di fronte alla stupidità della guerra, dall’indignazione per la stupidità umana.
E sulla stupidità umana si sofferma senza sotto intesi inutili metaforici raggiri, il brano delle catene. Questo terzo pezzo è un inno scemo alle sofferenze di cuore, a quella orrenda sensazione di deserto che ristagna nel cervello quando si è pesantemente abbandonati, alla quale non si può che sopravvivere, ridimensionandone la portata con un sorriso.
Il disco suona acustico, le parole si appoggiano su chitarre classiche e acustiche sostenute dal basso o contrabbasso e ricamati da fiati o farfisa, questa è la costante, e i cori si sprecano, quasi a testimoniare la solidarietà comune alle tematiche.
Il quarto pezzo è malinconicamente valzer, suggerisce fin dai primi versi una storiella, del tipo animalesco/amoroso umanizzata al punto giusto. Ma solo quando il brano si antropizza completamente con l’inserimento nella storiella del pagliaccio e del suo padrone, capiamo di come quanto i gesti selvatici, e allo steso tempo umani, che avevano avuto gli animali fino a quel momento, siano assolutamente irreali.. mentre al contrario, i gesti sconsiderati del padrone sul pagliaccio, appaiano dolorosamente quotidiani. Il valzer ci mette con le spalle al muro. Non c’è scampo neanche in questa quarta canzone. L’uomo è terribilmente scemo, fragile e inadatto alla vita. Adesso una lunga introduzione articolata tra fisarmonica e chitarra elettrica ci alleggerisce per condurci nel brano più “emozionoso” del disco. Anche se qui i salti mortali per non essere retorici sono stati fatti, è chiaro che il brano suona come una appassionata e partecipatissima consolazione. É descritto uno dei dolori più grandi che si possano sopportare e raccontare. L’unico modo per raccontarlo è stato quello di essere assolutamente diretti e onesti con la canzone stessa, esattamente come lo si è con noi stessi, quando ci colpisce una perdita importante, come la propria madre.
La via di fuga.
Il disco adesso racconta due suicidi. Il primo scatenato da cause private, il secondo dall’oppressione. Una cosa che hanno in comune questi due suicidi è che avvengono tutti e due di fronte ad una platea non ben definita. Il primo, probabilmente, in un fantasioso tendone da circo dove il personaggio si tuffa da un trampolino in un secchio vuoto per porre fine ai suoi giorni, il secondo ha il sapore di una strada, una piazza, e di un gesto violento plateale. Una bomba nascosta addosso ad una donna che esplode in pubblico. La famosa bomba. Quella che ognuno di noi forse vorrebbe esplosa per giustizia, quella stessa bomba che invece non esplode mai, e mai, esploderebbe se non nella solidale sofferenza per chi è stato spinto oltremisura nella disperazione e nella sua ingestibile, inspiegabile, ma giustificabile pubblicazione. Esternare l’impossibilità alla propria miserabile vita, coinvolgendo nel proprio dolore la quantità più grande possibile di estranei, sebbene ingiustificabile, è comprensibile che possa essere l’unico senso che la vita, a volte, ti concede.
La canzone 200kg è sovrastata dal dolore. L’immenso irrisolvibile dolore di chi si fa esplodere nella pubblica piazza.
Il brano intitolato “la canzone del puppa” si affida ad un italiano fantastico, che vuol dire e non vuol dire, ma il quadretto è chiaro. Una nonna invadente e incazzata, un nonno ormai fermo e immerso nei suoi liquami, una lei che si destreggia tra qualche cosa che è un incontro amoroso dalla portata esagerata, qualche cosa che ha del violento in sé.
Ma che ci frega.
La soluzione è l’idiozia. Una via di fuga pure quella.
E’ esattamente di questo che parla la radiofonica, nel vero senso della parola, “Blu”. Il brano è lunghissimo e assolutamente sconclusionato. Il testo sembra proprio non avere senso. Eppure ecco che il brano finale si propone come via d’uscita per questo disco e a tutto questo non saper vivere che racconta.
La follia. Qui si presenta in forma di cannibalismo coniugale incosciente. Ovvero mangiarsi la propria moglie a pezzi crudi ricoperti di panna senza rendersene conto.
Il carcere interiore del quale parla il protagonista è raccontato nei colori, quello reale dal quale canta ci è palesato dal suo avvocato, che faticosamente cerca di spiegare al cannibale il suo gesto. Facile quadro macabro surrealista. La canzone è lunga, molto lunga, ma un po’ tutte queste ninnananne tristi per bambini cattivi sono lunghe. Il sonno arriva per forza di cose.
Passate una buona notte, e.. sogni d’oro
l’autore (o almeno uno dei due).
PS:
caro amico autore uno che hai appena finito di scrivere e caro lettore che hai appena finito di leggere lo scritto dell’autore uno, che per un curioso paradosso temporale anche io ho appena finito di leggere e suggerito eventuali correzioni, vorrei qui esprimere il mio armonioso accordo con quanto sopra espresso sulle ninnananne tristi dall’autore uno e complimentarmi con lui per lo stile limpido e petico, e in quanto autore due, parteciparvi con un breve commento.
Ho ascoltato queste canzoni davvero molte volte, spesso in momenti in cui vado piano, vado piano apposta, perché do retta alla storia della bella tartaruga; le ho ascoltate con un sentire di nostalgia, in quel modo compulsivo di quando mi piace parecchio un disco e diventa per un po’ la colonna sonora delle mie intere giornate.
Le musiche e gli arrangiamenti sono delle ideazioni di Samuele Venturin, l’autore uno, scenografo delle nove vasche d’acqua termale nelle quali ho avuto il privilegio di fare le bolle con le parole e non solo, dopo che a quattro mani s’erano snocciolate le idee e avevano preso forma i versi narranti delle storie. Lo sviluppo dei testi è stato un gioco avvincente alla scoperta delle frasi migliori per ottenere il giusto suono e che trasmettessero quel desiderato senso di giustizia e che lo facessero nel modo più efficace possibile e giustamente.
Riguardo il fatto di averle cantate posso dire quanto segue. Abbiamo scelto di usare la mia voce cosi come abbiamo scelto il timbro di una chitarra piuttosto che quello di un’altra oppure un effetto d’ambiente piuttosto che un altro (dedico questo paragrafo a tutti coloro che utilizzano il “piuttosto che” come sinonimo del “oppure” come esempio di scoperta dei contrasti linguistici), però chi ha pagato le conseguenze della scelta della voce sono io, che quando ascolto il disco prima di dormire, a differenza di voi due, cari lettore e autore uno, devo fare l’abitudine a un tizio che canta con la mia stessa voce per godermi la mia meritata ninnananna.
(l’autore l’altro dei due)